C’è un sole così bello, oggi…

Il cielo è talmente azzurro da sentirmi dentro un quadro di colori a olio.

C’è un azzurro così bello, oggi…

Mi rovina tutto il rumore della lavatrice che sento sempre dentro la testa, è il rumore della mia realtà.  Adesso, dentro questo azzurro, sarebbe perfetto avere la testa riempita da “Snow on the Sahara” e, invece, sono in piena centrifuga.

… è arrivato il momento di iniziare ad incrinare la campana di vetro dentro cui ho messo la mia testa

E’ strano, quasi inquietante, come si possa cambiare improvvisamente lo sguardo sulla propria vita. Ieri ero in un negozio incantata da un paio di jeans pieni di brillicucci messi in una cesta alla meno peggio, mezzi piegati e mezzi sgualciti e ho sentito, di colpo, la solita vertigine, quella che mi dice da molto tempo che il panico ha appena appoggiato il suo mento sulla mia spalla. Come al solito avrei dovuto rassegnarmi: mollare tutto e andarmene. Però quei jeans che facevano capolino da quella cesta avevano conquistato la mia mente. “Li voglio!”. Era quello il mio unico pensiero, nonostante la vertigine, nonostante l’instabilità, il sudore, il tremore allo stomaco.

“Li voglio!”.

Ma provarli, chiedere la taglia giusta mi avrebbe ammazzata, avrebbe dato troppo tempo al panico di farsi strada, facendolo passare dalla spalla a tutta la mente e il corpo. Così ho deciso, senza alcuna lucidità, di prendere quel jeans, senza guardare null’altro, senza pormi la classica domanda: “Mi andrà? Mi starà bene?”.

Ho avuto fortuna: il jeans mi cade a pennello come l’attacco di panico e non so se gioirne o intristirmi profondamente.

Oggi è uno di quei giorni in cui, svegliandomi, ho pensato solo a brutte cose e mi sono resa conto che vivo in un precariato interiore veramente pazzesco.

E’ strano, proprio strano. Ieri la mia vita sociale è ripresa a battere proprio laddove, due anni fa, aveva cessato d’essere: in un discount affollatissimo.

Due anni fa ero aggrappata al carrello con un malessere terribile, dove la morte sembra abbracciarti stretta stretta, con l’unico intento di farti cascare a terra, tramortita.

Ieri ero aggrappata allo stesso carrello con la voglia matta di far riemergere la mia testa dalle sabbie mobili del dap.

Allo scomparto dei detersivi ho sentito la voce di una signora “Mari, ma sei proprio tu? “. Girandomi ho incontrato due occhi conosciuti che, sgranati, non credevano a ciò che vedevano. Povera signora, pensava mi fossi trasferita dopo aver abbandonato la mia famiglia.

Ah, queste voci di paese…

Ah, queste supposizioni da bar…

In fondo un abbandono lo avevo fatto: rapita dal panico ero praticamente scomparsa da due anni, rintanata come un criceto nell’ovatta putrida di un grave malessere psicologico al quale, purtroppo, ho dato anche il culo e il culo non ha ringraziato nemmeno una volta.

Mi sono messa a chiacchierare tra gli scomparti di un discount, quindi, e in quel momento ho compreso che la mia vita sociale era ricominciata ed è stata un’emozione grandissima, una di quelle emozioni enormi che alle persone “sane” non toccherebbe nemmeno di striscio. Per chi non soffre di panico cosa vuoi che sia una chiacchierata tra il dash e il dixan? O cosa vuoi che sia quel sorriso che ti nasce sul viso nel luogo in cui lo avevi perso?

Ora che sono scesa dall’antenna Sky per una manciata di minuti, gustando un tratto d’indipendenza, credo sia giunto il momento di allenare la mia psiche giorno dopo giorno.

Ieri 15 minuti.

Oggi 20.

Domani tutta la vita, magari!

Bang. Il panico ti compare d’avanti all’improvviso, come uno sparo alle spalle, senza avvertimenti. Mica ti dice “Ehi, sto arrivando, preparati!”. Ti fulmina mentre sei in pace con la natura, mentre giochi a carte o sei a cena con degli amici. Bum bum e te lo trovi tra le palle e nelle orecchie come una musica tecno che ti fa sentire le sue ripercussioni dentro il cuore. Bum bum. Pam pam. Ti spezza in due, lasciandoti tutta intera. Cazzo. Invece, quando sei lì che lo aspetti da un momento all’altro, tremante e impaurita e pure imbalsamata, se ne sta in disparte come una suocera che ha appena litigato col figlio per colpa della nuora.

Con i piedi freddi non si può amare alcun uomo coi piedi caldi, perché col gelo alle piante si cade in parecchi compromessi pur di infilare i due ghiaccioli al caldo.

Il blog mi dice “Scrivi!” e io non voglio scrivere per attento dispetto. In realtà ne avrei gran voglia. Anche con un blog mi metto a dimenare permalosaggine! Sto messa male, quindi?!
Ciao Babbo.

brando-giorgi-2.jpg

Adoro Brando Giorgi che, in “Io non dimentico”, doveva fare la parte di un camorrista e, invece, ha rappresentato un mafioso, inconsapevolmente. L’inconsapevolezza fa di lui il mio uomo perfetto.

 

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